LACOMIDA – SWAZILAND

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Swaziland. Mabuda Farm. Siteki

Pioggia e vaste pianure di prati verdi, terra rossa e alberi che circondano stagni d’acqua colore viola.
Intorno le luci delle centrali e una linea elettrica che ci accompagna parallela.
Luoghi dove gli uomini camminavano un tempo, infiniti percorsi solcati da passi di gambe sottili, eleganti figure in cerca delle cose; l’orizzonte d’intorno infinito e conosciuto, immobile sotto un cielo di nubi basse in moto continuo e univoco, come mandrie di animali migratori verso il mare.

Trasbordiamo.
Freddo e vento, il pantano ci invade. Le ruote stridono soffocate tra acqua e terra. Tutto si muove e non muove piu’ niente. Zitti gli uccelli, i cani, i motori sovrastati dal rombo scrosciante della pioggia e lontano, e vicino, tuoni. Ciclicamente si calma la pioggia e si alza il vento e ricominciano a frinire i grilli; sembra non avvertino nessuna particolare avversita’, ma continuino indifferenti il loro canto sovrastati semplicemente dal frastuono d’acqua.
I camion che corrono in direzione opposta muovono dense nubi di vapore che si frangono sul parabrezza; ti incrociano roboanti e precari a forte velocita’. Gli uomini del posto di blocco ti attendono uscendo da baracche monoposto di legno fradicio, con lunghi impermeabili e stivali in gomma, mezzi come la strada stessa, in cerca di armi e carne infetta dal Mozambico.
La via prosegue, dritta verso l’orizzonte, svanendo nell’atmosfera umida. Non vediamo il dosso, urto! Salta il coprocerchione della ruota. Nonostante tutto quelli dietro continuano a dormire. Guadiamo pozze profonde d’acqua dello stesso colore di quella che esce dal lavandino del bar dove ci siam fermati poco prima. Kentuky F.C., il cibo piu’ appiccicoso che abbiamo potuto trovare. Di meglio non ci e’ riuscito.
Sbagliamo strada, non becchiamo l’incrocio. Poi casa. Corsa veloce sotto il nespolo e via al riparo della tettoia. Con calma tiro fuori le chiavi. Tresetti.

La pioggia e’ cessata. Gonfie nuvole bianche hanno invaso il cielo e la terra e’ visibile fino a lontano: lunghe pianure che si perdono dividendo il fondo tra verde e azzurro.
La casa si affaccia su una valle ritta che corre veloce verso il basso, verde e boscosa di selva fitta, trapassa le colline e si apre su distese indefinite, sembra quasi il mare. Periodicamente si condensano nebbie che risalgono rapide rendendo tutto invisibile. Poi, andandosene, riappare il lungo crinale della collina davanti, florida di alberi e una strada rossa che la taglia per lungo fino agli affioramenti di granito che la cingono sul vuoto.
E’ come trovarsi qui e contemporaneamente in ogni altro luogo possibile. Non si percepisce l’Africa, se non nell’antico paesaggio di montagne remote, ma potrebbe essere ovunque: e’ la regione delle Lubombo Montains, le montagne del Drago.

Sono i prati verdi a rendere tutto estraneo. La casa di Hellen e’ circondata da giardini da vecchi colonizzatori; palme e alberi da frutto, vacche che passeggiano libere, enormi ficus al vento e il costante rumore dei grilli.
Il paesaggio e’ preistorico, ma il tempo vissuto appartiene ai primi del Novecento.

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